giovedì 23 maggio 2013

23 MAGGIO 1992 - 23 MAGGIO 2013

Il 23 Maggio 1992 avevo ventanni ed era la vigilia del mio ventunesimo compleanno. Era un giorno speciale per me non solo perchè il 24 si sarebbe celebrata la festa della ricorrenza della mia nascita ma anche e soprattutto perchè mi trovavo a Rimini per registrare la trasmissione televisiva di un celeberrimo programma televisivo, Il Gioco delle Coppie, in auge tra gli anni ottanta e novanta e, per quell'edizione, condotto da Corrado Tedeschi.
 
Arrivato da Reggio Calabria nella cittadina dell'Emilia Romagna mi recai nell'hotel riservato ai concorrenti maschi e, fatto il check in, trovai in camera il mio compagno di stanza con una faccia buia. Fatte le presentazioni di rito, ho scoperto che avrei diviso la cemera d'hotel con un mio coetaneo palermitano che mi diede la tristissima notizia di quanto accaduto sull'autostrada che dall'aereoporto di Palermo porta in città. Eravamo due adolescenti estranei e lontani dai meccanismi politici e dalle meccaniche criminali, due ragazzi come tanti altri pieni di voglia di vivere ed entusiasti di essere stati selezionati per un'esperienza particolare ed esaltante sia per il meccanismo del gioco che per la comparsata televisiva in uno dei programmi maggiormente seguiti dell'epoca. In più ci trovavamo a Rimini capitale, all'epoca, del divertimento italico e non avevamo dovuto spendere una lira per esserci. La produzione televisiva ci pagava viaggio, vitto ed alloggio. Una manna, non fosse per quell'offesa subita proprio in un giorno in cui volevamo soltanto essere felici e goderci la nostra esperienza.
 
Le immagini a cui siamo stati sottoposti dai telegiornali e dai programmi in generale erano spaventose, orrende, ma, per chi come me era cresciuto a Reggio Calabria e per chi come lui era cresciuto a Palermo, non impossibili da "accettare". Chi come me è nato in una realtà in mano alle organizzazioni criminali viene "abituato" sin da bambino a temere azioni brutali da parte di chi protegge il proprio territorio, i propri affari e la propria primitiva legge del più forte, del più brutale del più violento. Quell'azione orrenda accentuò nel mio cervello la consapevolezza che contro le mafie non era possibile per nessuno avere la meglio e che chiunque si fosse messo di traverso sulla loro strada avrebbe pagato con la morte l'oltraggio.
 
Ammetto, 21 anni dopo, che il mio pensiero nell'immediato post attentato è effettivamente quello che la mafia voleva imprimere nella mente di tutti noi: la paura, la certezza che "loro" sono intoccabili, imbattibili, che opporsi al loro controllo significava decretare la propria sentenza di morte e che quindi era meglio per tutti che si continuasse a non sentire, non vedere e, soprattutto, non parlare. Ma cosa si poteva pretendere da un ragazzino di ventanni? Da quel giorno orrendo del nostro viver civile e della nostra democrazia sono passati tanti, tantissimi mesi. Il ragazzino appena più che ventenne è diventato un uomo di 41 anni, è andato via da Reggio Calabria tanti anni fa ed adesso vive a Roma con la nuova famiglia da emigrato, senza ripudiare la propria terra e senza amare la sua nuova casa in un limbo insopportabile per chi si rende conto che dopo le bombe, i colpi di pistola, gli arresti spettacolari, i proclami ed i buoni propositi poco o nulla è cambiato e che le nostre terre sono terre di nessuno dove tutt'ora vigono regole extra costituzionali e non scritte ma che tutti conoscono ed imparano sin dalla nascita. Intanto le mafie hanno pulito i loro illeciti proventi ed oggi siedono indisturbate nei palazzi istituzionali di Roma e nei consigli di amministrazione a Milano e dopo aver condizionato la vita di tante persone perbene come me adesso condizionano le scelte politiche ed economiche di tutti noi da Bolzano a Lampedusa.
 
Alla vigilia del mio quarantaduesimo compleanno, per la ventunesima volta nella mia vita, sono a guardare le immagini, le foto di una guerra che la mafia dichiarò allo stato e che lo stato (a quanto pare) decise di pareggiare e non di vincere truccando una partita che, vista oggi da un uomo diversamente giovane, iniziò a sancire la distanza tra la vita normale di tutti noi rispetto ai vili e ferraginosi meccanismi della politica che, come un ragazzino di ventanni a Reggio Calabria, preferisce non vedere, non sentire e, soprattutto, non parlare. @MangiolaAntonio
 
 


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