Poco più di un romano su tre ieri ha, scheda elettorale in mano, deciso di andare a votare. Il dato dice che l'affluenza per l'elezione del sindaco è in calo del 20% rispetto all'ultima tornata elettorale in cui si decideva chi far sedere al Campidoglio.
Molti interpretano questo calo di presenze con l'ormai abusatissimo disinnamoramento nei confronti della politica e con l'incapacità dei candidati di turno a farci innamorare rispetto ad idee, progetti, impegno e quant'altro ci si potrebbe/dovrebbe aspettare dalla nostra classe politica. In realtà, credo, che non ci si voglia "sporcare" le mani, che ci si voglia smarcare da un impegno, che ci si voglia sentire liberi di poter parlare, sparlare, criticare e giudicare il prossimo sindaco capitolino senza essere invischiati tra i votanti, senza doversi sentire dire "critichi ma qualcuno lo dovrà pure aver eletto il sindaco". Ebbene, il non voto come scudo per poter rispondere "io non ho votato".
La realtà è che, chiacchiere da bar alla mano, chi non è andato a votare è si disannimorato della politica ma è anche a secco di candidati, non sa chi votare, neanche dal punto di vista ideologico visto che ormai è chiaro che tutti i confini sono azzerati, labili distanze più proclamate che praticate. Così, benchè a Roma ieri fosse una giornata tipicamente novembrina, benchè la città vivesse cercando qualcosa da fare in attesa del derby delle 18:00, si è preferito un pranzo con gli amici, una passeggiata con i bambini, la pennica post pranzo, una sfida alla wii che il seggio elettorale sotto casa. Sono (quasi) certo che si andrà al ballottaggio e che, scremata la lista di candidati (un numero imbarazzante di aspiranti primi cittadini degno di un concorso alle poste), tra quindici giorni andremo tutti a votare il meno peggio tra i due rimasti in gara. @MangiolaAntonio

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